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Jack Folla, un dj nel braccio della morte

Scritto e diretto da Diego Cugia. Musiche originali di Luciano Francisci. Torna dopo vent'anni il leggendario Jack Folla, un dj italo-americano rinchiuso nel braccio della morte del carcere di Terre Haute, nell'Indiana (Usa) in attesa dell'iniezione letale. Questo dj dal destino segnato gode di un grande privilegio: dalla sua cella sottoterra, tra porte d'acciaio e mura di cemento armato, dice tutto quello che pensa, tra una canzone e l'altra. Parole crude, poco tempo e niente da perdere. I suoi ascoltatori lo venerano, il potere lo detesta.

Lista episodi

08 Dic 2021

Una ragazza ipersensibile

Dalla famiglia alla scuola, dallo sport al lavoro e alla pubblicità, tutti ci istigano a essere capobranco, a diventare ricchi, potenti, spietati; ad avere successo su e contro gli altri, a primeggiare, a rivaleggiare, a vincere. La società non ci invita a essere e basta, ci impone di essere straordinari: questo è il modello. Chi in realtà lo è per davvero si vergogna di non corrispondere a questo mediocre modello da "conquistadores" fasulli: il forte, il potente, il re del mondo. Un artista nero americano ha spiegato recentemente in tv che i neri sarebbero "potenti" perché sono discendenti da schiavi che, prima di essere strappati dal continente africano, erano quasi tutti re e regine. Siamo al paradosso assoluto. Anche nel cuore di tenebra dello schiavismo, tocca essere potenti, figli di re e regine, come se schiavizzare un contadino sarebbe stato meno grave. Riguardo alle qualità richieste per essere albatros, ti dico le mie, così prendi le misure: sono brutto, ho una voce da schifo, sono un uomo inutile, impotente, retorico, banale. Se fossi libero, non diventerei mai l'impiegato del mese, lo scrittore dell'anno, il dj più figo della riviera romagnola. Uno zero totale? No, io sono perché sono, punto. Tutto il resto, sia in brutto che in bello, è fuffa, sempre. Teatrino. Col solito copione. Un albatro non copia, è. Vola sul teatrino, lo guarda e se ne vola via controvento, non gli interessano i fischi né gli applausi, non è né re né suddito: è. E tu sei Cecilia e fai parte del nostro club, che sarà ora di fondare, sorelle e fratelli, perché di tutta questa smargiassa vipperia non se ne può più. Se hai il terrore di sentirti sola in serate gonfie di folla, se prima di decidere cosa ordinare al ristorante ci metti un quarto d'ora, se in testa ti frulla per giornate sane un'osservazione che ti ha fatto qualcuno, sei di diritto socia o socio del Club I. I come ipersensibili, e devi andarne fiera, capperi, come diceva mio nonno!
23 min
03 Dic 2021

La statua mancante sul Gianicolo

Erano i Metallica, e a noi le statue di metallo (bronzo o ferro) di gesso o di marmo, ci ha preso la smania di gettarle giù, se quel pezzo di storia non ci piace. Intendiamoci, qualcuna se lo merita. A giugno 2020, a Bristol, per esempio, i manifestanti hanno scaraventato giù la statua di Edward Colston, un commerciante di schiavi del 17° secolo. Le statue dei tiranni e dei despoti stanno meglio in discarica, ma se ce ne stanno parecchie da abbattere, ce ne sarebbe qualcun'altra da erigere. Dopo ve ne propongo una, in Italia, al Gianicolo o al Pincio, che proprio manca, ed è scandaloso, ma adesso due parole sulle statue di Londra. Vi sembra possibile che in tutta Londra ci siano più statue di animali che di donne? Di 1500 monumenti londinesi, la stragrande maggioranza sono dedicati a personaggi storici maschili, e solo il 4%, una miseria, alle donne. Fra le quali, di recente, la statua di Diana, principessa del Galles, a Kensington Palace. Soltanto l'1% è dedicato a persone di colore e, attenzione, il numero delle sculture che rappresentano animali, quasi 100, è il doppio delle statue dedicate a personaggi femminili. Tanto che il sindaco di Londra ha annunciato un fondo di 1 milione di sterline da destinare agli scultori che con le loro opera difendano la diversità negli spazi pubblici della capitale. Ed è proprio su questo che marmoreamente mi volevo soffermare riguardo all'Italia. (Dove, lo dico fra parentesi, le statue dedicate alle donne sono in tutto la miseria di 148). Tanto per cominciare, proprio di fronte allo stadio Olimpico, c'è un fetentissimo obelisco con la scritta MUSSOLINI DUX a caratteri monumentali. Mentre invece sarebbe ora di erigere una bella statua, ma pure un obelisco se vi piacciono tanto, ad Andrés Agujar che una volta si studiava pure a scuola, poi credo l'abbiano sbianchettato anche dai libri di testo.
22 min
01 Dic 2021

La vigliaccata

Non vi parlo mai di politica, quella di tutti i giorni, a differenza di quel che facevo in radio tanti anni fa. È stata una scelta mia, in Italia non si parla d'altro, le opinioni si scontrano a mezzo metro da terra e il "tu di qua, io di là" non mi entusiasma, anzi, mi avvilisce. Oggi faccio un'eccezione, 40 giorni dopo e passa le elezioni amministrative e i ballottaggi che hanno premiato tanti sindaci di centrosinistra. Non sono mai stato di destra, né di centro destra. Fino a una ventina di anni fa mi consideravo uno di sinistra, anche se non sono mai stato comunista, tranne una volta che votai Berlinguer perché mi fidavo di lui, di quella faccia lì (non amo le chiese, bianche, rosse o nere) poi, nell'Italia che buttava a destra, chi era di sinistra è diventato rosé, impallidendo ogni anno di più, come uno che prende spavento, finché gli antichi valori si sono del tutto sbiaditi pur di avere "visibilità", di potere stare al potere. Ma è solo la mia opinione e conta come il 2 di picche. Vi interessa? Zero, giustamente. Ma la sera del 19 ottobre scorso, collegandomi da questa cella col pc (non il partito, il computer) alla tv italiana, per le uniche due ore della mia vita sono diventato di destra. La cosa mi ha scombussolato non poco, quindi me ne sono andato 40 giorni nel deserto, quello interiore, come fece il Nazareno tentato dal diavolo, che mi pare saggio, ritirarsi a pane e acqua per capire che diavolo, appunto, ti ha preso, se improvvisamente ti stanno simpatici il Salvini e la Meloni che, quel 19 ottobre sera, in tv manco c'erano. Ora vi spiego.
23 min
30 Nov 2021

Un eterno bambino con la tromba

Un tempo New Orleans era un grande bordello, una Babilonia di duecento postriboli soltanto a Storyville, il quartiere malfamato. Lì accaddero tanti di quei casini da indurre il capitano della guarnigione a ordinare la chiusura di tutti i locali e a espellere dalla città tremila prostitute e i loro papponi. I musicisti dei postriboli si trovarono disoccupati e costretti a emigrare al nord degli States. Erano dilettanti, spesso analfabeti, suonavano per arrotondare le paghe di barbiere, di meccanico, di muratore. Louis Armstrong era "quasi" uno di quelli. "Quasi" perché ai tempi era un ragazzetto. Ma era già il riassunto del grande Satchmo, nato e cresciuto a Storyville. Sua madre, abbandonata dal marito, manteneva lui e sua sorella Beatrice, facendo la lavandaia e la prostituta. Louis è un allegrone un po' incazzatiello, con tutti quei patrigni e finti zii che gli girano per casa. Per allegria, la notte di capodanno del 1913, spara alcuni colpi in aria con una vecchia pistola. Lo internano al riformatorio per un anno. Ve la faccio breve: un suo maestro (il classico angelo custode travestito da prof) gli insegna a suonare la cornetta. Impara bene… Voi che dite? Scarica carbone per campare, gioca d'azzardo per guadagnare. Suona per gridare al mondo la sua gioia di vivere. A diciotto anni comincia la carriera di musicista e tra sfide di bande rivali e chiassate in piazza, Armstrong si fa notare dalle grandi orchestre come "soffiatore d'eccezione". Simpatico e con una voce niente male. Nel giro di qualche anno finalmente un'insegna tutta per lui: sull'insegna stava scritto -LOUIS ARMSTRONG Il più grande trombettista della terra!-.
23 min
29 Nov 2021

Il Ribelle ha 70 anni, ma se li porta bene

C'è un paese piccolo piccolo in Provenza, si chiama Lourmarin. Se riuscissi a evadere o fossi democraticamente rimesso in libertà stasera al tramonto sarei lì con una rosellina in mano, nel piccolo camposanto di Lourmarin, dove riposa Albert Camus, il mio scrittore in rivolta preferito. Perché proprio in questo autunno inoltrato del 2021? Perché sono 70 anni esatti dall'uscita di un'opera "L'uomo in rivolta" appunto, che la sinistra, dove Camus militava, gli si rivoltò contro come un cane. Perché questo scrittore della resistenza aveva indignato i suoi compagni? Perché aveva osato condannare molte delle ortodossie più ostinate della sua parte, e una in particolare: la regola non scritta che per essere progressisti fosse necessario chiudere gli occhi agli orrori del comunismo sovietico. A quell'epoca le sinistre ritenevano che denunciare gli eccessi del regime di polizia di Mosca equivalesse a sabotare la rivoluzione. Se questo è il prezzo da pagare, Albert Camus sceglie la verità, perché è un valore più alto, e lo spiega così: "Che cos'è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando". E se il comando della sua stessa parte politica è di tacere, lui parla. Quando lessi L'Uomo in rivolta ero un ragazzino di Roma-Prenestino, Camus era già morto in un incidente stradale da molti anni. Qui in cella ho il suo libro con due frasi sottolineate. La prima è di un'attualità ogni giorno più evidente: "Lo schiavo inizia col chiedere giustizia e finisce col voler portare una corona. Perché a sua volta deve dominare". Poi, dopo aver ricordato che "la rivolta consiste nell'amare un uomo che non esiste ancora", Camus scrisse la frase che meriterebbe che tutti voi gli portaste una piccola rosa rossa. "La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza".
23 min
26 Nov 2021

Mangas, la mia guardia preistorica

La mia guardia Apachi, Mangas, era giù di tono per il maltempo e quando mi ha portato la tazza di caffè aveva le scarpe infangate e i capelli fradici. Gli è scappato detto "Tu che te ne stai al calduccio. Fuori si affonda nel fango". Gli ho risposto che darei la vita per vedere un lampo nel cielo e per una goccia di pioggia sulla lingua. "E poi tu sarai ricordato fra 24 mila anni, Mangas.". Mangas mi ha guardato sbalordito: "Ma io non ho fatto nulla di così meritevole da farmi ricordare fra 24 mila anni!". "Be' io da lassù ti ricorderò, perché eri l'unico a non picchiarmi, ma hai appena lasciato nel fango la tua orma come Marylin Monroe su Hollywood Boulevard, la strada delle stelle". "Ma lei era Marylin!" "E tu sei tu! L'ultimo degli apachi delle riserve, il pronipote di Mangas Coloradas, costretto per campare a far la guardia in questi fortini della democrazia vendicativa, uguali a quello dove tuo bisnonno fu giustiziato dai coloni bianchi con la giacchetta blu". Poi gli ho spiegato della scoperta di tre settimane fa al National Park del New Mexico. "Voi popolavate l'America molto prima di quanto si credeva! Hanno ritrovato le orme di bambini risalenti a 24 mila anni fa, insieme a quelle di mammut e lupi. E grazie alla tua fortuna di essere libero, hai firmato la terra con i tuoi piedoni nel fango. E fra 24.000 anni un bambino del futuro la ritroverà e dirà: "Guarda che piedoni grandi che avevano!" Mangas era perplesso: "Jack, ti sbagli. Ci hanno sempre detto, a scuola, che noi siamo discendenti della cultura "Clovis". Clovis è il nome di una città del New Mexico, la prima cultura americana, da cui hanno avuto origine gli antenati degli amerindi. Cioè noi." "Ma guarda che sei tonto, Mangas! Se hai 24.000 anni, perché insisti a dirmi che ne hai solo 12 o 13 mila? Hai un DNA molto più antico, dovresti andarne fiero!" Lui si è guardato il fango sulle scarpe e ha detto: "Ma fai sul serio? Fra 24mila anni ritroveranno le mie orme che ho lasciato lassù poco fa?"
23 min
24 Nov 2021

Una risata ribelle

Sono successe strane cose, fratelli, nel braccio della morte, stanotte. Mi ha svegliato una risata come quella di un angelo che ride all'inferno. Era quella del mio sogno o era vera? Chi può ridere nel braccio della morte-mi chiedevo- con questa scanzonata allegria? Poi di colpo, il silenzio. Quando Mangas è entrato nella cella mi ha detto: "Come, non lo sai? Stamattina è morto Perez". Di che cosa rideva, con quella voce gorgogliante, fresca di sorgente, quel ragazzo? Mi è tornato in mente un caso simile, quello di un poeta russo, quasi sconosciuto. Si chiamava Nikolay Gumilev, era cristiano, anticomunista, fu arrestato e giustiziato dalla Cheka, la polizia segreta sovietica, nel 1921. Lo accusarono di complottare contro Lenin, non era vero, tranne il giorno dell'esecuzione. Quel giorno, quando la polizia lo portò dalla stanza delle torture al luogo della fucilazione, raccontano che rise. E di fronte al plotone non smise di ridere finché l'ultimo sparo non gli mozzò il respiro. E poi mi è venuta in mente un'altra risata irresistibile, quella di Franz Kafka, che, per vivere, si arrabbattava da bravo impiegato in una compagnia di assicurazione. Un giorno lo premiarono, non per un suo capolavoro, ma perché era stato un discreto impiegato. Di fronte a tutti, il capo lo chiamò mostrandogli la medaglietta. Lui voleva essere gentile, ringraziarlo, ma gli scappo' una risata come quella che ho sentito stanotte. E più il suo capo e gli impiegati schierati nel salone lo guardavano stupefatti, più a Kafka i loro volti sgomenti e l'espressione scandalizzata del capoufficio lo facevano morire dal ridere, senza riuscire a darsi il minimo contegno né a frenarsi. Ecco, quella risata di stanotte, la risata di Perez il messicano che voleva entrare illegalmente negli Stati Uniti, era come quella di Kafka e di Nikolay Gumilev, il poeta che non leccava i piedi a Lenin, il capo ufficio di tutti i russi. Era una di quelle risate ribelli che risuonano nel buio silenzioso della Storia.
23 min
22 Nov 2021

Il contrabbandiere di ali

Gonzalo Cardona Molina è il primo leader ambientalista a essere stato assassinato in questo 2021. Molina era impegnato nella protezione del pappagallo guancegialle, una specie in pericolo di estinzione, ne erano rimasti solo 81 esemplari e grazie a lui oggi sono oltre 2000. Lo hanno ucciso con due colpi al petto. Il suo corpo è stato ritrovato dalla moglie che lo cercava da giorni. In Colombia sono stati assassinati 64 leader ambientalisti. Alla strage di specie si somma la crocefissione dei povericristi che le difendono. Ma chi sono i predatori? Ve ne presento uno, si chiama Zillinger, è austriaco. Quand'era un aitante ventenne conobbe uno svizzero, un collezionista di pappagalli rari, che gli offrì di lavorare per lui. Diventò un bracconiere professionista. Nel 2015, su un'autostrada in Portogallo, l'austriaco è stato fermato per quello che sembrava un normale controllo stradale, in realtà era il culmine di un'indagine durata mesi. La polizia sapeva che stava trasportando due pappagalli rarissimi ara ìndaco. In natura ci sono appena duecentocinquanta di questi pappagalli. Zillinger li aveva acquistati per circa ottomila dollari l'uno, ma li avrebbe rivenduti come se fossero un quadro impressionista. Dopo un anno in prigione ha deciso di uscire dal giro, ma un ex socio lo ha ricattato. Allora è diventato un pentito, un informatore. Una covata di spiate sul giro del bracconaggio di lusso. Ma il suo ex socio è stato condannato dal tribunale di Lisbona, sapete a quanto? A pagare una multa di 35 mila euro! Zillinger si fa un'altra bella risata. "Cosa volete che siano per uno che, quando va male, alza mezzo milione di euro all'anno?" Adesso vive nel suo piccolo zoo privato, in attesa di ottenere la licenza. La sua casa è un museo di specie rare. Lui assicura che è tutto legale. L'uccello becca un acino d'uva blu dalla sua mano. Zillinger sorride trionfante, mentre a tutti noi viene voglia di piangere.
23 min
17 Nov 2021

Luciano, pane e cinema

Oggi Luciano Vincenzoni avrebbe 97 anni, fratelli, e un mondo di cose da raccontare. Pausa sgomenta del 99% dei miei adorati albatros. I vostri becchi si volgono l'uno verso l'altro. Un albatro di Centocelle grida: "E mo' chi è sto Vincenzoni?" Se fosse un regista, fareste centro in coro. Un cantante o un attore, gridereste: "Lo so!" Ma quando si parla di uno sceneggiatore, perfino sul suo mestiere c'è polvere, ignoranza, confusione. Molti dicono "scenografo", che non ci azzecca nulla. Lo scenografo è chi progetta, disegna o realizza gli allestimenti scenici. Per esempio, in un western, chi ricostruisce un "saloon", i vecchi bar dei pistoleros. Lo sceneggiatore è Dio. Senza quel Dio onnisciente e onnipresente che anima tutti i personaggi, scrive tutte le scene e tutte le battute del copione, voi non vedreste mai quel film, non sapreste nulla di quella storia e il regista si aggirerebbe in un deserto fra attori immobili dalle bocche cucite, in un mondo prima del mondo. Un altro sceneggiatore, Flaiano, che inventò la Dolce Vita e 8 e 1/2 con Fellini, ma lo ricordiamo solo per i suoi aforismi. E quei film, per il solo Fellini. Perché quando guardate un film, all'inizio e alla fine c'è scritto UN FILM DI e segue il nome del regista, ma è un falso. Semmai dovrebbe esserci scritto REALIZZATO DA, perché un film sarà sempre e soltanto del suo autore. In America l'hanno capito, soprattutto con le grandi serie, restituendo il bastone del comando agli sceneggiatori, lasciando loro perfino la scelta del regista che ritengono il più adatto a dirigere la loro storia; ma in Italia no, gli sceneggiatori sono tenuti in poco conto e le storie, inevitabilmente, ne risentono. In Italia vige ancora l'aforisma di Flaiano: "Lo sceneggiatore è un tale che attacca il padrone dove vuole l'asino".
23 min
16 Nov 2021

Storia dell'italiano che ha fregato la marina americana (e dei vip che hanno fregato tutti noi)

Lo avrete letto: 23 capi di Stato, 12 premier di governo, 14 ministri, 300 politici e 130 miliardari, più Claudia Schiffer, hanno nascosto i conti di famiglia in paradisi fiscali esentasse. Non sono né un puritano né un moralizzatore, sono un delinquente abituale della radio, però mi girano come pale di elicottero se un pensionato o un lavoratore autonomo devono pagare più tasse perché una mezzasega di vip imbosca i suoi soldi per evaderle alle Seychelles, a Hong Kong, a Panama. Ma è in quei paesi dove letteralmente la gente fa la fame, come l'Argentina, che ha già fatto default una decina di volte, che scoprire Zulemita Menem, la figlia dell'ex presidente Carlos, con i conti offshore, ti fa venire il fuoco di Sant'Antonio dalla rabbia. Roba che mi fa quasi simpatia Salvatore Frank Rafaraci, italoamericano con doppio passaporto, truffatore pure lui, ma almeno alla grande, da girarci un film. Ragazze e ragazzi con le ali, questo ha fottuto il Pentagono! Sapete come? Dal 2011 era diventato il principesco fornitore, lui, un catanese cresciuto negli States, della Marina americana. In che modo? Rifornisce le navi da guerra nei porti del Mediterraneo, del Mar Rosso e del Golfo Persico. Pensa a tutto lui: carburante, cibo, acqua potabile, lubrificanti, barche d'appoggio, rimorchiatori, persino la security. Un affare da un miliardo e trecento milioni di dollari. Solo che gonfiava le fatture per 50 milioni di dollari e rotti (non lo dice, Jack, ma la corte distrettuale di Washington che gli ha messo l'FBI alle calcagna). Pensatela come volete, cervelli fritti, preferisco un guitto catanese che truffa il Pentagono, all'ex ministro delle finanze olandese dalla doppia morale. Era uno di quelli più inflessibili coi conti pubblici italiani "Son spendaccioni, quelli, non scuciamogli un euro!" Poi però lui aveva i conti cifrati in una società offshore delle Isole Vergini britanniche. Tra gli inflessibili moralizzatori della corruzione altrui, c'è la peggiore feccia dell'umanità.
23 min
15 Nov 2021

Cose della Sicilia, sono

Sfogliando il mio cervello a cipolla, mi sono ricordato di un viaggio in Sicilia in moto, da Roma Prenestino a Messina. Sbarcato dal traghetto, puntai la moto verso sud. Entravo e uscivo da paesi barocchi e polverosi. La Sicilia era di una bellezza che a ogni curva rischiavo l'incidente. Ero solo ma non facevo grandi amicizie: nei bar e nelle piazze mi guardavano storto, chissà, forse facevano bene, ero straniero anche a me stesso all'epoca, finché arrivai in un paesino arroccato su una collina, vicino Ragusa. Gente dietro le finestre, sedie di paglia abbandonate di fronte all'uscio della case. L'unica cosa aperta, una piccola pasticceria. Spengo il motore di quella moto più grossa di me, entro. Tanto era accecante la luce fuori, quanto buio l'interno. Deserto. "C'è qualcuno?" Silenzio. Cerco un panino o un toast nella vetrinetta a fianco del bancone. E resto abbagliato due volte. La prima dalla montagna di dolci esposti. Era il paradiso degli zuccheri: torte, cassate, cannoli, frutta candita. Sembrava il dessert del principe di Salina, la colazione del Gattopardo. Ed era assurdo per un paesino di 100 case. Mi fece un litro d'acquolina in bocca e una tonnellata di meraviglia. La seconda visione abbagliante fu lei, una ventenne con il grembiale bianco. la pasticcera che apparve e mi squadrò, col mio giaccone di pelle, il casco in mano, l'accento romano: un marziano. Le dissi: "Li fai tu questi dolci fantastici?". Lei arrossì, e vi giuro, era più bella della moglie sicula di Michael Corleone nel Padrino. Com'è che si chiamava? Ah sì, Apollonia. E con un filo di voce mi disse umilmente, presentandomi con un gesto della mano quel trionfo di dolci fatti da lei: "Cose della Sicilia, sono".
23 min
11 Nov 2021

La ragazza col fucile

Zoè entra nel tunnel della più devastante depressione, si isola da tutti, pensa sempre a quel fucile in un armadio al piano di sopra, finché decide che quella sera lo farà. Prende il fucile, va in un posto isolato, un fazzoletto di terreno su un piccolo promontorio da dove si vede, laggiù, la Sardegna. C'è solo una baracca per gli attrezzi, è una delle proprietà che il padre le ha lasciato. Accende la radio e becca quella italiana, Radio 1. Sono le 20:30 di una sera di settembre dell'anno scorso, non sa chi sia quel Jack Folla, mai sentito in vita sua, e non sa neanche lei perché lo stia ascoltando. Immaginatevela, in cima al piccolo promontorio, sotto ai suoi piedi il mare, i riccioli al vento, il fucile in braccio, lo sportello aperto, la radio che suona, lei che ripensa a quelle parole, oggi non si ricorda più che cosa stessi dicendo, fatto sta che si distrae e rimanda il suicidio all'indomani. Alla stessa ora, la sera dopo, si ripresenta, decisa a farla finita, in macchina accende la radio, sicura che quello lì non ci sia più, che fosse una rubrica settimanale, e invece ancora questo tizio. Si attacca a lui, perché? non lo sa neanche lei, ma l'aiuta a pensare. Una settimana dopo non si è portata più il fucile, ma ha continuato ad ascoltarmi sempre lì, appuntamento fisso su quel fazzoletto di terra [...] Scusami Zoè, avevo giurato di non dirlo mai, ma ho appena letto un'intervista a Jón Kalman Stefánssòn, lo scrittore islandese e non ho resistito, sai perché? Perché a lui era successa la stessa cosa identica, a vent'anni. Anche lui aveva scelto di farlo come te, e anche lui quella sera accese la radio. In quel momento il DJ disse che era morto Elvis Presley e mandò una sua canzone. Lui non aveva mai pensato a Presley, non gliene fregava niente di Elvis, ma quella sera l'atmosfera del programma e la sua voce -racconta- "mi presero talmente tanto che pensai: forse, dopotutto, c'è una buona ragione per restare ancora un po'".
23 min
09 Nov 2021

Il tremendista

Le videocamere di una prigione riprendono un drone che lentamente plana davanti alle sbarre di una cella. Succede in Italia, poche settimane fa. Il drone porta a un detenuto su un vassoio una pistola pronta a sparare. E di lì a poco il detenuto fa fuoco. [...] Se la videocamera ha ripreso tutto, come mai i poliziotti di guardia non hanno fatto immediatamente irruzione nelle celle disarmando il prigioniero? No, non erano pappa e ciccia con lui e il compare che gli ha spedito il regalino con un drone. Può darsi che fossero distratti. Più probabile che abbiano rimandato l'ispezione in cella e si siano bevuti un caffè. È un esempio paradossale del nostro perenne attendismo. Se una previsione è pessima, invece di precipitarci a cambiare le cose per evitarla, voltiamo pagina e ci rilassiamo a leggere un articolo sulla squadra del cuore. Gli scienziati, per esempio, ma anche Bill Gates e tante altre Cassandre, ci avevano allertato: sta per abbattersi su di noi una pandemia devastante. E noi? Forza Lazio, forza Juve. Poi però il detenuto spara, il Covid uccide, il vulcano erutta davvero, o i sismografi avevano ragione: in quella zona si stava preparando un devastante terremoto. Stessa cosa con le malattie: il medico ti avverte: -Guardi che lei ha una predisposizione al diabete. "Sì? Grazie dottore". Paghi, esci, vai in pasticceria e ti divori una Sacher. "Può aggiungermi un po' di panna sopra? Ma proprio un velo, grazie". Le brutte notizie, in versione anticipata e futuribile, non riusciamo mai a utilizzarle a nostro vantaggio. Ci mettono l'ansia, okay, ma poi quando la lava ti sommerge fino all'ombelico sarà peggio, o no?
23 min
08 Nov 2021

Una ragazzina di 150 anni fa

Mi piace ascoltare le storie con protagoniste femminili, mi piace raccontarle. Questa è famosissima, ma chi lo sa se una ragazza con le ali del 2021 la conosce? E poi forse le va di rispecchiarsi in Mary Von Vetsera, nata a Vienna esattamente 150 anni fa, nel 1871, che giovanissima s'innamorò del figlio dell'imperatore Francesco Giuseppe, il principe Rodolfo d'Asburgo, già sposato (matrimonio infelice e senza figli) malinconico donnaiolo e in litigio perenne col padre imperatore, Francesco Giuseppe, il nostro principale nemico nelle battaglie del Risorgimento per la liberazione dell'Italia dal dominio austriaco. Rodolfo aveva un ciuffo di idee liberali in testa che suo papà gli avrebbe voluto strappare come erbaccia. Lei, Mary, era la figlia di un ambasciatore e da bambina, poi da adolescente, visse a Londra e al Cairo. Era una ragazzina passionale, una brunetta formosa e affascinante (cercatela la sua foto sul web, le foto parlano anche a un secolo e mezzo di distanza). Ma che cosa studiava, questa ragazzina austriaca? Lezioni d'arte, di recitazione e canto; alle ragazze di fine Ottocento si negava una parità culturale con i maschi, si esigeva solo garbo, grazia, eleganza, buone maniere. Allora lei si scatenava con lunghe galoppate solitarie. Era ombrosa, romantica, un poco selvaggia, e fu proprio al Prater di Vienna, durante le corse di cavalli della primavera 1888, che si prese una cotta per il futuro imperatore che, alle ragazze del tempo, faceva lo stesso effetto dei Beatles alle coetanee di un secolo dopo.
24 min
04 Nov 2021

La rivolta delle puttane

Una ex prostituta rumena che si chiama Amelia, Amelia Tiganus, è venuta a chiacchierare con me stanotte, in questa cella dell'Indiana. La sua battaglia è La revuelta de las putas, la rivolta delle puttane, un termine dispregiativo che lei, invece, usa come una bandiera di appartenenza e di denuncia contro lo sfruttamento maschile. Voi mi vedete mentre parlo? No, eppure mi sentite. Anch'io non ho visto Amelia, eppure lei è qui, accanto al microfono, e desidera che vi parli di lei e della sua lotta. Da bambina ha subito uno stupro di gruppo. Non ha sporto denuncia per vergogna e gli stupri sono continuati. Sognava di fare il medico ma a tredici anni ha abbandonato la scuola. A diciassette è stata venduta per 300 euro a un protettore spagnolo che l'ha costretta a prostituirsi ad Alicante. Quello è stato il primo di un giro della morte che l'ha portata in 40 diversi bordelli, che Amelia chiama "campi di concentramento". Finalmente, nel 2007, è riuscita a emanciparsi da questo stato di schiavitù sessuale, ha scoperto il pensiero femminista, si è trasferita nei paesi baschi, e da allora combatte perché la prostituzione e la tratta delle donne siano abolite in tutto il mondo. Pochi istanti fa, sul disco di Chris Rea, mi stava dicendo che "Non si può parlare di uguaglianza tra uomini e donne, né di giustizia sociale, finché c'è una sola donna al mondo che viene sfruttata sessualmente". Ma questa notte Amelia mi ha detto molto di più. E come maschio mi ha fatto provare vergogna e gliene sono grato. Le avevo chiesto: "Ma a chi ti rivolgi nei discorsi che tieni in Spagna, in Venezuela, in Argentina?" –Alle sorelle puttane, ha risposto. "Sì ma di che parli, Amelia?" Lei si è portata l'indice al naso, facendomi cenno di tacere e di ascoltare. Mi sono trascritto alcune frasi di questo discorso. Vorrei potervelo far ascoltare dalla sua voce. Ma sono nel braccio della morte da solo, da 13 anni. Però non c'è una sola parola aggiunta da me.
23 min
03 Nov 2021

La bici fantasma e altre storie fantastiche

Nel pancione di una mamma c'erano due bambini. Uno chiese all'altro: "Ma tu ci credi in una vita dopo il parto?" L'altro rispose: "Certo! Deve esserci qualcosa dopo il parto. Forse noi siamo qui per prepararci per quello che verrà più tardi". "Ma che cavolo dici?" fa il primo, "non c'è assolutamente vita dopo il parto! Che tipo di vita sarebbe quella?" "Esattamente non lo so, fratello, ma ci sarà più luce di qui. Forse potremo camminare con le nostre gambe e mangiare con le nostre bocche.". Il primo replicò: "Questo è assurdo. Camminare è impossibile. E mangiare con la bocca! Ridicolo! Il cordone ombelicale è tutto quello di cui abbiamo bisogno. La vita dopo il parto è fuori questione, caro". Il secondo non mollava: "Beh, io credo che ci sia qualcosa e forse di diverso da quello che è qui". Il primo contestò: "Sciocchezze… e poi, se davvero ci fosse vita dopo il parto, allora perché nessuno è mai tornato da lì? Eh? Il parto è la fine della vita e nel postparto non c'è nient'altro che oscurità, silenzio e oblio". "Non so" disse il secondo, "Di sicuro troveremo la mamma e lei si prenderà cura di noi". "Mamma? Tu credi davvero alla mamma? Questo sì che è buffo. Caro mio, sei ridicolo. RI-DI-CO-LO. Se questa mamma c'è, allora dov'è ora?" Il secondo rispose: "Lei è tutto intorno a noi. Siamo circondati da lei. Noi siamo in lei. È per lei che viviamo. Senza di lei questo mondo non ci sarebbe e non potrebbe esistere". Il primo fratellino nel buio della placenta alzò le spalle: "Senti carino, io non posso vederla, quindi è logico che lei non esista affatto. Mamma? Mamma? SILENZIO. Visto? Prova provata e fine del discorso". E il secondo rispose: "A volte, quando stai in silenzio, se ti concentri ad ascoltare veramente, si può notare la sua presenza e sentire la sua voce da lassù". Fine. Ma la battaglia fra credenti e non credenti continuerà imperterrita per secoli.
23 min
21 Ott 2021

Mainstream? Nun te reggae più!

Domenico Starnone, scrittore e sceneggiatore napoletano ha scritto un breve epitaffio a una paroletta molto abusata: "mainstream". Che come icona e iconico, o come quell'altra, "resilienza", ci ha rotto i timpani perché ormai se ne abusa come, un tempo, ci sbomballava "attimino". Ma cos'è questa dannatissima mainstream? La Treccani la dipinge così: "Espressione usata prevalentemente in ambito artistico (musica, cinema, letteratura, ecc.), per indicare la corrente più tradizionale e anche più seguita dal grande pubblico. In contrapposizione a prodotti artistici d'autore, o legati alla cultura underground e giovanile, il termine può anche avere una connotazione dispregiativa, per indicare quegli artisti che sono spinti da motivazioni puramente commerciali". Mainstream è la parolaccia che insudicia tutto e tutti, un'etichetta che per esempio, a detta di un No Vax, declassa un "punturato", un vaccinato, a servo del potere, tenendosi per sé lo scettro di essere lui, il No Vax, l'alternativo, il rivoluzionario, il non allineato, il ribelle. E che cosa fa lo scrittore napoletano in poche righe del suo epitaffio alla maledetta "mainstream"? Ricorda l'ode che il poeta e abate illuminato Giuseppe Parini, dedicò all'Innesto, vale a dire al vaccino contro il vaiolo, che ai No Vax del 700 li faceva piegare in due dalle risate, rifiutandolo (poi però si piegarono in quattro per le piaghe del vaiolo). Starnone non cita quegli ostici versi settecenteschi che ricordano la falsa ragione dei mainstream dell'epoca, gli irridenti al vaccino, perché il ribelle illuminato, l'underground, allora erano quei pochi che si fidavano della nuova scienza come il Parini.
23 min